𝗦𝗮𝗻𝗿𝗲𝗺𝗼 𝟮𝟬𝟮𝟲, 𝗦𝗲𝗿𝗮𝘁𝗮 𝟰: 𝗶 𝗺𝗶𝗲𝗶 𝗮𝘁𝘁𝗲𝘀𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗶 (𝗱𝗮 𝗻𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗼) 𝗰𝗼𝗺𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝘀𝘂𝗹 𝗙𝗲𝘀𝘁𝗶𝘃𝗮𝗹. Cosa resterà? Non degli anni ‘80, senza nulla togliere al buon Raf, pur in gara ieri sera, in compagnia dei The Kolors, con una potentissima cover di “The Riddle”. Mi chiedo qui, infatti, cosa resterà della quarta serata di Sanremo, quella dedicata alle cover e ai duetti, storicamente la più attesa e, soprattutto, la più seguita dell’intera kermesse. La copertina, ovviamente, non può che essere dedicata a Ditonellapiaga e TonyPitony, che trionfano, mettendo d’accordo pubblico a casa, sala stampa e giuria delle radio, con una reinterpretazione epica di “The Lady Is a Tramp”, fra canzone, teatro e quell’ironia dichiaratamente sopra le righe che ha reso virale l’artista siciliano. Proprio sul palco dell’Ariston, l’erede annunciato di Elio ha dimostrato, una volta per tutte, che, dietro la maschera, c’è molto, molto di più. Gongola, al suo fianco, Margherita Carducci: nelle economie di un Festival vissuto, comunque, da protagonista con la sua “Che fastidio!”, ha scelto di puntare su un cavallo di razza e, alla resa dei conti (non Carlo), vincente. Peccato soltanto (per lei, ovviamente, non per gli altri cantanti in gara, che tirano un sospiro di sollievo) che il voto che l’ha incoronata non si cumuli con quelli delle altre serate in vista della volata finale. La quarta “tappa”, del resto, si era aperta nel segno del divertimento sfrenato: Elettra Lamborghini riporta al centro del dibattito pubblico le Las Ketchup, trasformando il teatro ligure in una sudaticcia discoteca d’inizio anni 2000. Un tuffo nel passato, di testa. La temperatura si alza col bacio fra Levante e Gaia: la provocazione scenica è più forte della resa della cover de “I maschi”. Non deludono Le Bambole di Pezza, che mescolano “Whole Lotta Love” e “Occhi di gatto” in un mash-up clamoroso insieme alla sempreverde Cristina D’Avena. Tecnicamente sublime il riarrangiamento di “Su di noi”: Pupo e Fabrizio Bosso promossi a pieni voti, con Dargen D’Amico che soffia via almeno “una nuvola” con le sue barre di pace. “Il mondo” non si è fermato mai a Rogliano per Brunori, che torna a emozionare la Riviera dopo l’exploit dell’ultima edizione, accompagnando Maria Antonietta e Colombre. Tutt’altro che lento l’andamento di LDA e Aka7even sulle note di Tullio De Piscopo. Michele Zarrillo accorre in soccorso dell’amico e collega Sal Da Vinci. Barricatevi in casa o, viceversa, acclamate i Borbone: sono pronti a riprendersi tutto in “Cinque giorni”. A un passo dalla gloria “il terzo Blues Brother” Sayf, che non sfigura, con la mamma al seguito, fra i giganti Alex Britti e Mario Biondi, reinterpretando “Hit the Road Jack”. Al fianco di Tredici Pietro compare, a sorpresa, il papà Gianni Morandi: tanto basta per far scintillare ancor di più, se del caso, la bellissima “Vita”. Polemiche in casa Gassmann per questa “concessione”: io preferisco concentrarmi sull’esibizione di Leo, meravigliosa, in coppia col “nostro” Aiello, al quale l’ibuprofene ha fatto, negli anni, evidentemente un gran bene. Chiello, col pianista Saverio Cigarini, non scaccia dal teatro il fantasma di Morgan: “Mi sono innamorato di te” viene fuori inevitabilmente depotenziata. Discorso diametralmente opposto per Ermal Meta, che sublima “Golden Hour” in tandem con il solito egregio Dardust, sempre più pepita d’oro della scena italiana. Bene anche Fedez e Masini: con Stjepan Hauser ci regalano una versione crossover e intimistica di “Meravigliosa creatura”, capace di toccare le corde dell’anima. Sensualissima la “Baila Morena” di Samurai Jay, Belen e Roy Paci, eseguita con garbo e, soprattutto, sorprendente gusto. Le voci di Nayt e Joan Thiele si incastrano alla perfezione nella difficile reinterpretazione de “La canzone dell’amore perduto”. “L’ultima luna” è una carezza rivolta all’immensità, dove mi piace immaginare l’indimenticabile Lucio Dalla applaudire Tommaso Paradiso e gli Stadio. Elegantissimi Mara Sattei e Mecna con “L’ultimo bacio”. Enrico Nigiotti e Alfa distribuiscono “En e Xanax” in platea, tenera bersaniana panacea per i cuori turbati dagli scossoni di questi tempi bui. Una sola parola per Serena Brancale, che dà lustro a “Bésame mucho” con Delia e Gregory Porter: qualità. Opportunamente minimalista Patty Pravo, che lascia (in eredità) più di una canzone insieme a Timofej Andrijashenko. Eddie Brock è comodissimo su “Portami via” ma Fabrizio Moro, come da previsione, lo sovrasta. Sobria, professionale e centrata Francesca Fagnani, che ammaestra la belva “Parole parole” col bravissimo Fulminacci. Inspiegabile, invece, la scelta di far cantare Claudio Santamaria: perché non assegnargli una parte “recitata” lasciando Malika Ayane a rendere giustizia da sola al cantato di “Mi sei scoppiato dentro al cuore”? La performance di Michele Bravi e Fiorella Mannoia, che duettano sulle note di “Domani è un altro giorno”, è l’omaggio più bello che potesse farsi a Ornella Vanoni. Mantenendo il focus sulla Mannoia, spicca per intensità la cover di “Quello che le donne non dicono”: Arisa incanta l’Ariston con il Coro del Teatro Regio di Parma. Funziona alla grande la moderna “Falco a metà” di Luchè e Gianluca Grignani. Lo stesso dicasi per il tributo a Bowie di Renga e Giusy Ferreri con il gioiello “Ragazzo solo, ragazza sola”. Spettacolo all’Ariston quando Sanremo diventa, per qualche intensissimo minuto, provincia di Milano: giù il cappello per “lo zio” J-Ax, capace di coinvolgere Ale e Franz, Cochi e Paolo Jannacci, la Ligera County Fam, in una scanzonata ed emozionante rivisitazione de “E la vita, la vita”. Sì, ma il contorno? Manca il pepe. Ma ormai ci abbiamo fatto l’abitudine. Non bastano il medley iniziale di Laura Pausini e le scorribande di “Mister X” Alessandro Siani. Lo spettacolo è abbastanza fiacco e, da questo punto di vista, il gap con il Festival di Amadeus pare incolmabile. Voce fuori dal coro, la straordinaria Bianca Balti, ormai di casa all’Ariston. Premio alla carriera per Caterina Caselli, monumento della musica italiana cui dobbiamo tanto, se non tutto. Gabbani l’avrei preferito in gara. Discorso Max Pezzali: non si può dire che non abbia fatto il suo, per carità, ma cinque serate di fila sembrano un po’ “too much” anche per un totem della nostra canzone come lui.