𝗦𝗮𝗻𝗿𝗲𝗺𝗼 𝟮𝟬𝟮𝟲, 𝗦𝗲𝗿𝗮𝘁𝗮 𝟯: 𝗶 𝗺𝗶𝗲𝗶 𝗮𝘁𝘁𝗲𝘀𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗶 (𝗱𝗮 𝗻𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗼) 𝗰𝗼𝗺𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝘀𝘂𝗹 𝗙𝗲𝘀𝘁𝗶𝘃𝗮𝗹. Primi premi assegnati nella kermesse in corso: Nicolò Filippucci, un po’ Mengoni, un po’ Sangiorgi, raccoglie l’eredità di Settembre superando con merito e a furor di popolo l’altrettanto brava Angelica Bove nella Finale delle “Nuove Proposte”; all’ex protagonista di X Factor vanno, comunque, il premio della critica e quello della sala stampa. Irina Shayk è di una bellezza disarmante e incanta l’Ariston con i suoi look seducenti e audaci, dimostrando pure una notevole dimestichezza con le lingue; mi chiedo, ciononostante, se, nel 2026, sia ancora opportuno scegliere una top model come co-conduttrice. Meglio, in quel ruolo, il bravissimo Ubaldo Pantani, esilarante ieri sera soprattutto nella veste di Lapo. Laura Pausini, finalmente, canta: il duetto con il Piccolo Coro dell’Antoniano sulle note di “Heal the World” è un contributo musicalmente altissimo e socialmente necessario. Un plauso anche a Vincenzo De Lucia, che rivitalizza lo spettacolo con le sue simpaticissime incursioni. La consegna del premio alla carriera a Mogol è il momento più alto della serata: Giulio Rapetti, presentato a ragione da Carlo Conti come “la storia della musica italiana”, è stato anche il mio Maestro e non posso far altro che augurargli vita eterna, consapevole che le sue oltre millesettecento canzoni già l’abbiano guadagnata. Torna sul palco dell’Ariston Virginia Raffaele, insieme a Fabio De Luigi, per promuovere il film “Un bel giorno”, dal 5 marzo al cinema: è subito “what if…”. Spunta, in prima fila, Ferdinando De Giorgi, il CT della nazionale italiana di pallavolo, che invita tutti a sostenere gli azzurri in occasione della Nations League di Napoli. Il collegamento con Paolo Saurullo, divenuto, nel 2024, tetraplegico per una brutale aggressione, accende doverosamente i riflettori sulla lotta al bullismo e alla violenza giovanile. A 40 anni dalla vittoria del Festival con “Adesso tu”, torna a Sanremo Eros Ramazzotti. Il pubblico è in visibilio per il duetto con la superstar Alicia Keys sulle note di “L’aurora”. La cantautrice statunitense ricorda, orgogliosa, le sue origini italiane e incanta con una versione intima e potente di “Empire State of Mind”, sostituendo “New York” con “Sanremo”. I due schivano l’inconveniente tecnico (“il bello della diretta”) e regalano all’Ariston un contributo di elevatissima qualità: peccato soltanto che la cantante di “No One” abbia uno spazio assai contingentato nello spettacolo, a dimostrazione del fatto che, evidentemente, il vero “super ospite internazionale” era Ramazzotti. Mentre Max Pezzali continua a navigare in acque tranquille al largo della non sua (semicit.) Liguria, i The Kolors infiammano il palco di Piazza Colombo; sulle note di “Tu con chi fai l’amore” fa capolino, ancora una volta, Fru, ed è lecito chiedersi se pure quest’anno il comico napoletano riuscirà a “imbucarsi” nella serata finale. “Chissà”. “The show”, intanto, “must go on”, avrebbe detto “qualcuno” che al Festival c’è pure stato. Salgono le quotazioni di Maria Antonietta e Colombre, sempre meno Ricchi e Poveri, sempre più Baustelle: il mio è un paragone non di poco conto ma, tutto sommato, calzante. Bene anche Leo Gassmann: il suo brano cresce con gli ascolti. Malika Ayane, con “indosso” un pezzo che pare griffato Jamiroquai, mi piace e anche tanto. In un Festival alquanto sciapo, c’è bisogno di Sal. Sì, ma Sal Da Vinci: sempre più pronto per il Castello delle cerimonie, ha conquistato i critici, il pubblico in sala e quello a casa con la sua “Per sempre sì”, già tormentone destinato a prendersi i social e il Regno delle Due Sicilie, ma anche almeno la Top 5 della rassegna. Tredici Pietro è più Gianni Morandi di Gianni Morandi stesso: ieri ha rischiato di strafare, ma è stato bravissimo a correggere il tiro e a evitare l’ingloriosa fine di Icaro. La “grattatina” di Raf è più epica dell’esibizione in sé: l’impressione è che abbia il freno a mano tirato, un po’ come Renga del resto, dato che nessuno dei due riesce a dare un boost alla già gloriosa liaison col Festival. Eddie Brock ricorda più il primo Tananai che il Tananai prime: rimandato. Serena Brancale ha tutte le carte in regola per vincere: la sua canzone è arrangiata e orchestrata con gusto e rarissima cognizione di causa e, allo stesso tempo, arriva come un pugno nello stomaco. What else? “Ossessione” di Samurai Jay pare un invito a nozze per le radio e la presenza di Belen è il quid pluris che smuove l’italiano medio. Arisa guadagna consenso trasversale con un inno alla poesia e strizza l’occhio anche agli appassionati del FantaSanremo, sebbene confonda gli antidolorifici coi tranquillanti: materiale da VAR. La canzone di Michele Bravi “è bella ma non balla”. Cresce, in termini di gradimento, il testo di Luché e l’artista campano, sebbene lontano dai suoi standard di genere, riscuote, come prevedibile, enorme successo fra il pubblico votante. Esiste una Mara Sattei a Sanremo e una lontana dal palco dell’Ariston: a me, onestamente, piacciono entrambe. Sayf è la sorpresa annunciata di questa edizione e continua a volare altissimo: solo il tempo ci dirà fino a dove riuscirà a spingersi. Alla resa dei conti, Carlo annuncia che i “fantastici 5” della serata sono, sempre in ordine sparso, Arisa, Sayf, Luché, Serena Brancale e Sal Da Vinci: a determinare il risultato finale, il televoto e la giuria delle radio. In attesa della serata delle cover, quindi, pare assottigliarsi la distanza fra pubblico e addetti ai lavori. Sarà un caso? Lo scopriremo solo seguendo...